V.O.
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Sono anni ormai che si parla di crisi. Crisi significa riduzione della produzione, rallentamento della crescita economica e, di conseguenza, aumento della disoccupazione, minore gettito fiscale, stagnazione del PIL e ridotta capacità economica degli Stati nell’ambito di quei settori fondamentali che riguardano la vita di milioni di cittadini.

 

Eppure, come conferma David Harvey, economista sociologo della City University of New York, in un intervista rilasciata a Michele Buono di Report (puntata 30/10/2011), “non c’è mai stata tanta ricchezza come nella nostra epoca”. Come si spiega allora questo paradosso? Il problema non sta nella quantità di ricchezza in circolazione, ma nella sua natura e nella sua distribuzione all’interno della società globale.

 

Il mondo oggi esprime un PIL pari a 74.000 miliardi di Dollari. Questa ragguardevole somma rappresenta tutta la ricchezza prodotta nei settori agricolo, industriale e terziario. Ovviamente questa cifra rappresenta esclusivamente una ricchezza espressa in termini monetaristici. Il Prodotto Interno Lordo, infatti, quantifica la ricchezza solo in termini di circolazione del denaro, senza minimamente considerare altri aspetti come l’impatto ambientale, la distribuzione della ricchezza prodotta, l’accesso ai servizi e la loro qualità, la diffusione dei diritti fondamentali alla sanità, all’istruzione ed alla casa assolutamente necessari per calcolare lo sviluppo umano della società prima di quello esclusivamente economico.

 

Tuttavia, facendo i conti con l’attuale sistema che ci proponiamo di superare, 74.000 miliardi di dollari è il valore di quella che potremmo considerare economia reale, ovvero di quei circuiti economici che si fondano sul lavoro concreto di settori sociali e che esprimono una qualche utilità sociale sottoforma di salari e prodotti o servizi.

 

Il punto è che a questa economia reale se ne affianca un’altra, priva di qualsiasi utilità sociale, che su di essa prospera e cresce come un enorme parassita che, succhiando le risorse, finisce per diventare molte volte più grande del corpo ospitante: si tratta dell’economia finanziaria che esprime una ricchezza otto volte superiore a quella dell’economia reale e che da questa trae costantemente le risorse per arricchirsi fino a metterla in crisi, trovando poi, persino, il modo di prosperare nelle difficoltà economiche che investono le società e creare la propria ricchezza dal debito che strozza le economie nazionali e genera le difficoltà nelle quali quotidianamente tutti noi ci dibattiamo. Si tratta sostanzialmente di un flusso economico distorto in cui la ricchezza che si genera in basso, prodotta dal lavoro di milioni e miliardi di cittadini nel mondo, si sposta costantemente verso l’alto.

 

Da dove deriva questa situazione? Questo mostro non è altro che il tragico parossismo di un sistema in crisi già da molti anni, il quale, nonostante la chiara percezione della sua inadeguatezza, non intende in alcun modo cedere il passo. Si tratta del modello capitalistico incentrato sul concetto di Sviluppo.

 

Nel trentennio dal dopoguerra agli anni ’70 il modello di produzione capitalistico ha raggiunto il suo apogeo. L’Europa ha ricevuto gli aiuti del Piano Marshall i quali hanno potentemente contribuito a mettere in moto le impetuose crescite economiche degli anni ’50 e ’60. Il capitalismo si stava allora affermando come un modello in grado di accrescere il benessere della società a tutti i livelli. Nacque allora il consumo di massa: la nuova società del benessere stava diventando tangibile attraverso l’aumento del numero delle automobili nelle strade e degli elettrodomestici nelle case. Eppure questo modello, del quale sarebbe vano non riconoscere l’importanza che continua ad avere anche nelle nostre vite, avrebbe dovuto ben presto fare i conti con la sua insostenibilità. Non si poteva produrre e vendere all’infinito. Non si poteva vivere in un regime di crescita costante. A partire dagli anni ’70 il ritmo di sviluppo era destinato a calare. I punti percentuali del PIL scesero drasticamente. Da quella riduzione fisiologica della crescita e dei consumi prese avvio l’Economia del Debito, che oggi determina la situazione di crisi attuale. Gli uomini e le donne vennero invitati ad indebitarsi per accedere ad un numero sempre maggiore di beni, assicurando così che non si fermasse il modello produttivo. Sul debito si è costruito un intero sistema economico. Il Debito ha finito per contribuire a creare ricchezza, senza che, ancora una volta, nessuno degli uomini e delle donne vicine alle leve del potere si sia interrogato sulla sostenibilità di tale tragico paradosso. In questo modo le banche sono entrate prepotentemente nella vita di privati cittadini, di piccole e grandi imprese e di intere comunità.

 

Affinché l’immissione di prodotti nel mercato, secondo i ritmi di un’obsolescenza programmata funzionale all’andamento dello sviluppo, continuasse ad essere assicurata, era necessario prima di tutto per il capitalismo vincere la battaglia con i diritti che nella nuova società del benessere, in virtù di quello stesso benessere, molti lavoratori si erano andati conquistando proprio nel corso di quegli stessi anni ’70 durante i quali cominciava a decrescere il PIL. La politica di deregulation degli anni ’80, per la quale dobbiamo ringraziare politici come Ronald Reagan negli USA, Margaret Thatcher in Gran Bretagna e Bettino Craxi in Italia, ha guidato e vinto questa battaglia. In virtù di una maggiore libertà d’impresa e soprattutto di una riduzione dei costi di produzione, finalizzata a sostenere la concorrenza e ridurre i prezzi dei prodotti da immettere nel mercato, inizia con gli anni ’80 un andamento al ribasso dei salari reali. La delocalizzazione di molte fabbriche nel sud del mondo, dove la manodopera costava di meno ed erano minori i diritti dei lavoratori e la loro forza sindacale, facilita questo processo: la conseguente riduzione dell’occupazione porta con sé, infatti, un aumento della domanda di lavoro ed un ribasso della retribuzione. Le politiche neoliberiste hanno favorito questa nuova libertà aggressiva delle imprese con una politica fiscale ad hoc che ha favorito le fasce ricche a tutto discapito della funzione redistributiva che lo Stato dovrebbe avere. Come ci ricorda Luciano Gallino, sociologo ed economista, nella stessa puntata di Report già citata, “le politiche neoliberali hanno avuto come risvolto l’impegno della politica di ridurre drasticamente le entrate fiscali. Sono state ridotte sostanzialmente le imposte alle imprese, in Europa di circa 10 punti; sono state fortemente ridotte le imposte ai ricchi e ai super ricchi; sono state eliminate o drasticamente ridotte le imposte sul patrimonio; sono state drasticamente ridotte le imposte di successione”.

 

Tutto ciò produce una sconfitta delle lotte operaie e studentesche degli anni ’70 che già si erano esaurite sotto i colpi del terrorismo. In Italia la marcia dei quarantamila a Torino segna la fine delle forti proteste operaie che avevano caratterizzato il decennio precedente, definito da GianPasquale Santomassimo “l’età dell’uguaglianza”, sia per la tensione etica che lo aveva attraversato, sia perché “quel decennio fu l’unico in cui la forbice tra le classi sociali si assottigliò sensibilmente nella storia repubblicana, per riprendere a crescere nel decennio successivo fino agli eccessi dell’ultimo quindicennio.”

 

Con gli anni ’80, anche sul piano della percezione, la classe operaia scompare dallo scenario sociale del mondo occidentale, lasciando il posto a imprenditori rampanti e cinici speculatori. Il lavoro perde il ruolo di creatore legittimo di ricchezza diffusa, a favore dei palazzi delle borse. L’economia si slega dai territori per entrare nell’etere delle transizioni finanziarie senza che alle cifre crescenti della speculazione sia legata una produzione reale. L’economia sempre più globalizzata comincia a vivere di veloci flussi economici, completamente estranei dalla concreta e circoscritta dimensione locale nella quale si staglia la vita di milioni di uomini e donne.

 

La riduzione della funzione redistributiva dello Stato e lo smantellamento progressivo dei legami tra territorio ed economia globale hanno inevitabilmente contribuito ad aggravare anche il debito degli stati (spesso già alto per una cattiva gestione della finanza pubblica). La ricchezza espressa da molte grandi imprese, infatti, non si riversa né sul territorio, né si traduce in un adeguato gettito fiscale. L’abbassamento dei salari e la distruzione di posti di lavoro aggrava lo stato delle entrate. La ricchezza diventa visibile solo attraverso la quantità incredibile di beni immessi nel circuito del mercato per i quali i cittadini sono indotti ad attivare finanziarie e a fare ricorso alle carte di credito. La stessa minore produzione di ricchezza su un dato territorio, cui fa da contrappunto invece la ricchezza dei flussi economici internazionali, fa diminuire drasticamente i fondi della casse pubbliche dipendenti dalle tasse incamerate dallo Stato. Né le piccole imprese che invece rimangono sul territorio sono capaci di modificare questo equilibrio, in quanto, strozzate dalla concorrenza e in assenza di un’adeguata politica economica, sono costrette a ricorrere al credito delle banche, senza che i governi siano in grado di intervenire efficacemente per assicurare che l’economia esplichi una funzione di utilità sociale.

 

Il debito cui gli stati sono costretti a ricorrere, anche per questa separazione progressiva flussi e realtà, è sottoposto all’arbitrio delle grandi corporations finanziarie. I titoli di stato emessi, infatti, sono incamerati dai grandi colossi bancari i quali hanno facile gioco, dalla loro posizione di forza nella finanza internazionale, a condizionare in maniera a volte tragica le economie nazionali. Una illuminante puntata di Report descrive nel dettaglio questa paradossale situazione. Le banche che possiedono titoli di stato di una Nazione ricca e considerata affidabile, e dunque con un valore alto, possono decidere di vendere le loro azioni innescando un meccanismo di svalutazione, di fronte al quale anche gli altri investitori tenderanno a vendere, aggravandolo. Questo effetto produce due conseguenze: 1) con i soldi incamerati dalla vendita, gli stessi istituti bancari che hanno causato la svalutazione ricomprano i titoli ad un prezzo necessariamente inferiore. La differenza tra la vendita ad un prezzo alto e il riacquisto ad un prezzo basso rappresenta un guadagno netto per le banche. Inoltre il titolo svalutato comporta per lo Stato un aumento degli interessi da pagare agli istituiti bancari e dunque innesca un ulteriore ciclo di debiti cui lo Stato è costretto a ricorrere. 2) La seconda conseguenza, che come la prima, è bene sottolinearlo, è assolutamente pilotata, è che di fronte alla svalutazione dei titoli di stato aumenta il costo dell’assicurazione sul rischio di fallimento. Ciò comporta un ulteriore flusso di denaro pubblico dallo Stato verso il sistema finanziario. La totale mancanza di regole inoltre permette che chiunque, anche senza possedere azioni, possa investire sul premio di assicurazione. Ciò significa che se io avessi la possibilità di investire nell’assicurazione anti-incendio della casa del mio vicino, assicurandomi dunque una parte del premio in caso la casa prendesse fuoco, il mio interesse sarebbe esclusivamente quello che la casa del mio vicino bruciasse sul serio. Ciò innesca una lotta speculativa sul debito di uno Stato che produce ricchezza al livello dell’economia finanziaria e la brucia al livello dell’economia reale. Ciò è possibile perché in un sistema come questo la priorità dello Stato è quella di gestire il debito, il che spinge ad incamerare ed utilizzare risorse per la sua riduzione piuttosto che per politiche economiche rivolte all’intera comunità di cittadini.

 

Il popolo è sovrano recitano le costituzioni delle più grandi democrazie occidentali, ma è piuttosto evidente che le istituzioni che devono rappresentarlo non sono in condizione di corrispondere alle aspettative ed alla volontà della cittadinanza. Nell’economia del Debito la sovranità è ceduta completamente nelle mani di quell’1% della popolazione in grado di controllare e orientare i flussi economici.

 

A ridurre ed annullare la sovranità delle nostre democrazie concorrono le politiche economiche concertate a livello internazionale. Per quanto riguarda l’Unione Europea ci troviamo di fronte ad un’Unione economica che non si è tradotta anche in un’Unione Politica, la quale si è imposta uno stretto controllo sul debito dei suoi membri secondo i parametri di Maastricht. La necessità di tenere sotto controllo il debito in condizioni come quelle appena descritte è evidentemente un suicidio dal punto di vista politico, perché ciò costringe lo Stato a stringere sulla spesa e lo sottopone ad un più stretto controllo da parte dei grandi investitori. Questo controllo si manifesta anche attraverso le agenzie di rating come Standard & Poor’s e Moody’s le quali giudicano l’affidabilità degli Stati. Si tratta di un controllo ipocrita, in quanto queste agenzie, private, non sono in alcun modo titolate ad emettere un giudizio, in quanto sono espressione delle stesse banche investitrici interessate a speculare al rialzo o al ribasso sulle finanze pubbliche sottoposte a debito. È un’ingerenza illegittima che rimanda all’annosa questione della totale mancanza di regole trasparenti e condivise all’interno dell’universo finanziario.

 

Quello che il Mondo occidentale, attraverso il controllo delle Agenzia internazionali come la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale ha fatto con i paesi in via di sviluppo, erogando loro un credito che gli assicurava il controllo delle politiche economiche locali e l’imposizione di misure che avrebbero favorito le proprie multinazionali ed assicurato un mercato, di carattere neo-coloniale, ai propri prodotti, è quello che di fatto le stesse grandi corporations internazionali hanno fatto e stanno facendo con i debiti cosiddetti sovrani, incamerando i quali hanno sottratto le finanze necessarie alla gestione di una comunità alla sovranità della comunità stessa o dei suoi rappresentanti.

 

I cittadini sono chiamati a pagare un debito che nonostante gli sforzi e i sacrifici continua a crescere. Le politiche che si attivano sono quelle ribattezzate “lacrime e sangue” che prevedono, nella maggioranza dei casi, un aumento dell’età pensionabile, una più ampia flessibilità del mondo del lavoro, tagli ai fondamentali servizi sociali. Tutto ciò, si va ripetendo, servirebbe per riattivare la produzione e rimettere in moto il sistema del Mercato. Uno dei principi guida della deregulation è stato lo smantellamento delle regole che assicuravano un blando controllo politico sull’economia, in nome di un’ideologia di fondo, vecchia di almeno due secoli, che andava ripetendo che il Mercato si sarebbe autoregolato innescando un equilibrio di benessere diffuso. La favoletta è sempre la stessa, intanto i diritti acquisiti si vanno smantellando mentre il cosiddetto debito continua ad essere il fulcro fondamentale sulla base del quale la politica cessa di essere sovrana rappresentanza degli interessi collettivi per divenire docile strumento nelle mani di pochi.

 

Con il crollo del muro di Berlino l’ideologia capitalistica del mondo occidentale è divenuta pensiero unico o ancor di più legge di natura. Anche la cosiddetta sinistra si è convertita alla nuova religione dominante. Si è creduto che il libero Mercato fosse l’unico modo possibile di autoregolazione dell’economia e lo si continua a credere anche ora che le stesse regole liberiste, applicate a flussi economici slegati dalla realtà, mettono in ginocchio il significato stesso di politica e di democrazia. L’unico modo per uscire da questo paradosso tragico ed autodistruttivo è una netta inversione di rotta che affronti la crisi di delegittimazione della politica riportando la sovranità nelle mani dei cittadini e che cambi radicalmente modello economico riappropriandosi delle risorse collettive, sia economiche che ambientali, e non riconoscendo la legittimità di una crisi che, in presenza di un’enorme ricchezza non distribuita, rappresenta di fatto solo un alibi per continuare ad assicurare la sopravvivenza di un modello che ha esaurito la sua spinta e la sua funzione già da tempo.

 

Fonti:

Report, Effetto valanga, Puntata del 30-10-2011

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-8d786bde-265f-412e-a52f-aa631f06b93b.html

 

G. Santomassimo, Gli anni ’80, l’inizio della fine

http://www.libertaegiustizia.it/2010/10/15/gli-anni-80-linizio-della-fine/

 

Guido Crainz, Il Paese mancato, Donzelli, 2005.


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