V.O.
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Condanna e immediato isolamento. Queste le reazioni alla notizia della convocazione di un Referendum in Grecia, affinchè i cittadini potessero esprimersi sulle misure che l’Unione Europea chiede alla penisola ellenica per potere godere ancora degli aiuti BCE, salvare la sua permanenza nella Comunità dell’Euro e idealmente uscire dalla crisi (a quale prezzo?).

 

Non importa che la convocazione del Referendum, subito ritirata, sia stata una mossa interna di Papandreu per mettere i partiti di opposizione di fronte al rischio di isolamento auropeo al fine di convincerli a mostrarsi disponibili a varare le misure europee. La reazione, in ogni caso, è stata senza mezzi termini. Nessuno, nemmeno per un minuto, ha pensato che una consultazione democratica fosse un atto legittimo, per il semplice fatto che si stanno chiedendo ai cittadini greci enormi sacrifici per risanare un debito che in gran parte non hanno contribuito a creare: il direttorio franco-tedesco, che ormai guida l’Europa non si capisce sulla base di quale legittimità (e non lo dico da un punto di vista nazionalistico ma democratico), ha condanato la decisione come inutile e dannosa. Angela Merkel e Nicolas Sarkozy si sono visti, proprio all’apertura del G20, sottrarre il loro protagonismo. I due, rivendicando il proprio impegno perché le banche accettassero di ridurre il debito greco del 50%, in cambio di un pacchetto lacrime e sangue che peserà come un macigno sulle spalle delle classi più esposte e minerà alla base i servizi fondamentali che uno stato è chiamato a garantire, hanno considerato la proposta del referendum inaccettabile, fino a minacciare che “l’unione monetaria può fare a meno della Grecia”. I cittadini hanno rischiato di fare irruzione nell’europa dei tecnocrati e ciò ha creato il panico. Ad aggiungersi al coro di condanne e minaccie le banche titolari del credito nei confronti della Grecia, le quali hanno fatto sapere che in caso di referenudm sarebbe saltata la riduzione del debito del 50%.

 

Viste le immediate reazioni, è più che legittimo chiedersi, come ha fatto Gad Lerner su Repubblica, fino a che punto le regole vigenti dell’economia globale siano compatibili con l’esercizio della democrazia. La risposta è che a quanto pare l’una cosa esclude l’altra.

 

Lo dimostra anche il caso italiano. Nel corso del G20 un isolatissimo ed in difficoltà Berlusconi è stato convocato dall’autonominatosi direttorio, dalla BCE e dal Fondo monetario internazionale per esortarlo a varare le misure promesse nel più breve tempo possibile. L’assicurazione del nostro premier, che democratico non è mai stato, fa appello al voto di fiducia. Niente di più antidemocratico: come al solito l’obiettivo è inibire la discussione legittima tra i rappresentanti (nominati, non scordiamolo) delle varie opinioni presenti nel paese e ridurre il Parlamento al ruolo di semplice camera di ratifica di decisioni prese altrove. Siamo purtroppo abituati a questa ignobile concezione della democrazia, completamente distorta e drogata in Italia (dal voto di scambio, alla nomina delle liste, alla legge elettorale, fino alla prassi parlamentare). Ma se tutto ciò è sempre stato intollerabile, lo è ancora di più in questa occasione, in quanto è qui in gioco la completa e definitiva cessione dell’esercizio della sovranità all’economia finanziaria.

 

Un esempio su tutti: tra le misure che il governo italiano si accingerebbe a varare, con l’invito di fare in fretta da parte di FMI, BCE e G20, ci sarebbe quello di favorire la privatizzazione dei servizi pubblici locali. 27.000.000 di italiani che recentemente si sono espressi nettamente contro una tale ipotesi evidentemente non contano nulla. Il ricatto (o l’alibi) della crisi e del debito sono più forti di 27.000.000 di schede sulle quali altrettanti italiani hanno espresso la propria volontà.

 

Si potrebbe credere che una cessione della sovranità a quell’1% messo sotto accusa dai movimenti Occupy, penalizzerebbe prima di tutto la classe politica. Ma non è così. Per trovare una spiegazione bsogna chiedersi quale sia oggi la classe politca che sta determinando le sorti dell’Europa. È la stessa che ha lasciato che le banche giocassero in maniera molto forte coi debiti sovrani, speculando al ribasso, senza spingere ad una regolazione dell’economia e delle speculazioni finanziarie e che, di fronte ai primi segnali di crisi, è corsa a salvare gli istituti finanziari. La classe politica che oggi è chiamata a prendere decisioni urgenti, disinteressandosi del proprio vuoto di legittimità, è la stessa che, ben prima dello stato d’assedio posto dal rischio di crisi dell’eurozona, aveva prospettato interventi sulle pensioni, sulla fessibilità del lavoro, sui diritti sindacali, adducendo a motivazioni il rilancio della produzione e della competitività sui mercati internazionali. L’attacco all’articolo 18 in Italia è portato avanti da molti anni. Da molto tempo, di fronte alla precarizzazione, la soluzione prospettata è quella di generalizzarla. Non si parla affatto di aumentare le garanzie e i diritti. Sarkozy in Francia ha tentato una riforma delle pensioni all’inizio del suo mandato. In Europa si punta sulla privatizzazione dei servizi pubblici da prima delle urgenti misure di austerity.

 

Tutto questo cosa ci dice? Semplicemente che l’Europa è retta da uomini e donne che rappresentano il braccio politico del capitalismo globale e che insieme alla cessione di sovranità si sta mettendo mano al modello sociale europeo ed occidentale. Siamo tutti imbabolati dal rischio default per accorgercene. Di fronte alle oscillazioni delle borse si parla di tempeste come se fossero determinate da forze naturali che non è possibile controllare, mentre la verità sta nel fatto che non si vuole controllarle e soprattutto non si vuole che siano i cittadini a prendere la parola.

 

In un sistema capitalistico governato da flussi economici sempre più veloci non c’è spazio per la concretezza della vita delle persone e per il riconoscimento dei loro diritti. Lo stato sociale ed il sistema di welfare, frutto di secoli di lotte, sono incompatibili con la nuova divisione internazionale del lavoro e con la capacità di spostare velocemente capitali verso le zone più redditizie dal punto di vista dei costi di produzione. La soluzione cui i tecnocrati europei si stanno muovendo è perciò quella di avvicinarsi al modello cinese di Neoliberismo autoritario per non cedere alla concorrenza e non perdere contatto con la crescita e lo sviluppo (Un’analisi interessante su questo punto è quella proposta da Tonino Perna sul Manifesto del 04-11-2011). Vista in questi termini la crisi rappresenta l’occasione perfetta per affondare il colpo. Lo dimostrerebbe il fatto che le banche non hanno reagito alla riduzione del 50% del debito greco che Francia e Germania hanno concertato, mentre hanno fortemente protestato di fronte alla proposta di una consultazione democratica dalla quale sarebbe potuto uscire un risultato simile a quello islandese (per quanto i casi di partenza fossero diversi), ovvero la decisione di affrontare il rischio default che avrebbe potuto portare alla strada dell’autonomia monetaria e alla decisione di non pagare il debito, non riconoscendone la legittimità. In altre parole la riduzione del debito poteva andare, a patto che fossero varati i pacchetti lacrime e sangue.

 

Il punto è che oltre ad una attenta riflessione sulla natura del debito, bisogna condurre un’attenta riflessione sulle intenzioni di coloro che stanno guidando questa difficile fase. L’obiettivo da perseguire è quello di smascherare le politiche neoliberiste per riprendere in mano il timone e guidare l’Europa verso una transizione nuova, verso un modello di riterritorializzaizone dell’economia e globalizzazione delle idee, riconversione ecologica, progetti di inclusone sociale. Come giustamente prospetta Tonino Perna, si tratta di scegliere se salvare le banche e le grandi imprese, cedendo loro una grossa fetta della sovranità che in teoria noi tutti dovremmo esercitare, o se salvare il nostro modello sociale e partire da questo per costuire un modello più equo. In questo progetto un ripensamento dell’idea di Europa, più forte politicamente, ma in termini partecipativi e democratici, è fondamentale.

 

+info: http://thinkaboutrevolution.wordpress.com/2011/11/05/perche-leuropa-rifiuta-la-democrazia/


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