Chiarezza, profondità di analisi e assoluta capacità di leggere e svelare i nostri tempi. Sono queste le doti principali di Zygmunt Bauman. In questo breve video rilasciato dalla casa editrice Laterza, che pubblica in Italia i suoi libri, Bauman snocciola brevemente le principali sfide dell’etica moderna:
se da un lato è in corso un processo di indivdualizzazione che offre all’individuo una grande opportunità di agire solo sotto l’impulso della sua propria responsabilità, dall’altro la corrispondente liquefazione dei rapporti umani conduce alla ricerca di nuove sicurezze e di nuovi appigli sui quali fondare le relazioni interpersonali. Queste finiscono per collocarsi sulla sfera dei consumi, trasformando irrimediabilmente la naturale propensione umana ad utilizzare dei beni nel suo parossismo, il consumismo, fino a mercificare le interazioni sociali e i processi identitari.
Con questa breve analisi Bauman legge il comportamento sociale fondante del nostro tempo, la propensione continua al consumo di beni anche inutili, e indirettamente spiega come si sia arrivati al punto di non poterne farne a meno: i prodotti suppliscono alla carenza di tempo, diventano surrogati sia della felicità che dell’identità, e attraverso queste, condizionano i meccanismi di interazione ed appartenenza.
Il punto più squisitamente politico della riflessione di Bauman giunge alla fine ed indirettamente è un appello alla riappropriazione sia della nostra capacità di incidere quali individui, sia della nostra sovranità democratica a livello globale. Il fulcro della questione è infatti che la politica non è più in grado di agire perché il potere è altrove. Questa discrepanza va assolutamente colmata.
Bauman parte, in questa riflessione finale, dal concetto di Interregno di Antonio Gramsci. L’interregno è una situazione transitoria in cui i vecchi stili di vita non funzionano più (“do not work any long”), ma non cedono il passo impedendo ad un nuovo modello di coabitazione tra gli esseri umani di nascere e svilupparsi. Sono le nuove generazioni quelle che soffrono di più di questa situazione, ovvero tutti coloro che non hanno una posizione consolidata, né appare possibile ne trovino una secondo i vecchi criteri. Emerge dunque la necessità del cambiamento. Questa, mi sembra, possa essere una corretta lettura della seguente affermazione:
“I believe I won’t see the end of the interregnum because I’m very old man but most people around me, much much younger, they probably need in this century to find the way out of this interregnum”
Cosa sarà il nuovo (the new) che deve nascere, ed in che direzione andrà, difficile dirlo. Quello di cui Bauman si dice certo è la necessità di colmare i gaps che in un interregno si creano a causa dell’incapacita dei vecchi strumenti di dare una risposta o una soluzione alle nuove questioni. I gaps nascono da un vuoto tra Agency and Tasks, ovvero tra la nostra capacità di incidere ed i compiti che siamo chiamati a realizzare.
Il più incombente di questi gaps è la separazione tra politica e potere. È una lettura chiarissima della situazione oggi resa evidente dalla questione dei debiti sovrani.
Il potere secondo Bauman è evaporato dal livello degli stati nazionali ad uno spazio globale: mentre l’esercizio della politica continua ad avere come suo ambito di intervento lo spazio locale, il potere si è spostato altrove, è esercitato a livello globale, ed incide irrimediabilmente sull’intero pianeta, privo di un qualsiasi controllo politico che dovrebbe essere, secondo la teoria democratica, controllo collettivo della cittadinanza.
Richiamandosi esplicitamente alle riflessioni di Manuel Castells, sociologo attento alla società informatizzata, il potere, secondo Bauman, sarebbe scivolato nello spazio dei flussi (space of flows), il quale, in virtù dell’informatizzazione della comunicazione, non è altro che uno spazio astratto in cui si creano circuiti e legami specifici, che isolano e ignorano, ma inevitabilmente condizionano, il livello dell’esperienza concreta in cui gli individui concretamente vivono. Non si può non vedere in questa dotta esposizione di Bauman il livello del capitalismo finanziario, il quale è capace di spostare velocemente i capitali e di creare una ricchezza fittizia completamente slegata da una qualche utilità sociale in un dato territorio. In questa situazione la mutua dipendenza di capitale e lavoro si spezza a favore del solo capitale che spostandosi velocemente e ragionando in termini di Mercato Internazionale del Lavoro isola il singolo lavoratore, per esempio di Torino, il cui riferimento culturale rimane la condizione locale, e inevitabilmente lo pone sotto ricatto (il riferimento a Marchionne è esplicito e voleva essere tale).
Allo stesso modo le speculazioni finanziarie, prive di regole e ragionando solo sui flussi, sono capaci di giocare con i debiti sovrani (che sovrani non sono: ) e condizionare pesantemente le finanze di uno Stato, fino a comprometterne il normale esercizio della sovranità che, ripetiamo, sarebbe, in teoria, prerogativa dei cittadini. Le misure lacrime e sangue che cadono dall’alto sono un chiaro esempio di un potere che agisce senza alcun controllo democratico e con il chiaro obiettivo per giunta di perpetuare il vecchio modello capitalistico e neoliberista che, stando alla teoria dell’interregno, non funziona più.
Tornando alla lettera della riflessione di Bauman, quello di cui abbiamo bisogno è di ricominciare a governare questo potere evaporato che ci è sfuggito di mano.
“We do not have global politics. We have sometimes international politics which means in fact intergovernmental politics, but we don’t have global politics. We don’t have at the global level equivalent of the institutions our ancestors, our fathers, our grandfathers, developed for the nation state, like political representation, like expression of will in the public, way of coming to agreement….
We do not have human order at the global level, while our interdependence is already global. The chances of employment for people leaving in Milan, for example, depend on what is going on in Kuala Lumpur (…).
Politics has to catch up his power which is running away because there you have, as we have now, on the one hand, power which is not politically constraint, not politically controlled, which can do whatever he likes, taking us constantly by surprise and creating also catastrophes like for example the credit and collapse, and on the other hand we have politics without power.”
In una situazione in cui il potere si esercita globalmente senza restrizioni, la politica che non decide di riappropriarsene e governarlo non potrà fare niente per risolvere con sole misure locali i problemi dei propri cittadini. Perché i problemi sono globali.
Fino a questo punto la gestione della crisi non è andata nella direzione auspicata da Bauman. I nostri cosiddetti rappresentanti, piuttosto che reagire alla perdita di sovranità, sembrano subordinarsi ed associarsi al potere dei flussi. Un vuoto di legittimità si sta scavando intorno a loro ed alle istituzioni.
In questa situazione il nostro compito, la nostra azione verso il cambiamento, deve ripensare anche la sfera della politica per come questa si è sviluppata fino a questo punto. È un compito difficile, ma come recita uno slogan del movimento Occupy, “andiamo piano perché vogliamo andare lontano”.
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